Cos’è la stanchezza emotiva?

(di Fulvio Pierantoni, 21/06/2026)

Cerco di condensare in questo articolo, con sintesi mi auguro non banalizzante, di cosa si tratta e cosa si può fare al riguardo.

La stanchezza emotiva è uno stato di esaurimento delle energie personali dovuto a uno sforzo emotivo prolungato e si accompagna a sensazioni di svuotamento, di ridotta capacità di reagire, di minor empatia e di carica motivazionale ridotta.
A livello esemplificativo le cause normalmente riscontrabili sono: un carico emotivo costante (in particolare nei lavori sanitari, per esempio, o comunque dove le relazioni con le persone sono intense), stati di stress cronico (lavoro, studio, problemi familiari), mancanza di pause o sonno insufficiente, eventi traumatici o lutti; le sensazioni che le persone descrivono sono: sensazione di vuoto, apatia o irritabilità, difficoltà a provare gioia o interesse, maggiore distacco emotivo verso gli altri, affaticamento persistente non risolto dal riposo, problemi di concentrazione, sonno o appetito.
Non è esattamente la stessa cosa del burnout (che è strettamente legato al lavoro) né della depressione (che è un disturbo sempre considerato clinico): può sovrapporsi a entrambi, ma è più focalizzata sull’esaurimento delle risorse emotive.
In alcuni casi (magari a causa della sottovalutazione della questione) si può arrivare a una intensa sensazione di perdita di speranza e un marcato rallentamento delle funzioni operative quotidiane, addirittura a pensieri di autolesionismo (in questi casi naturalmente occorre intervenire al più presto con un aiuto psicoterapeutico, al quale poi eventualmente affiancare - o far seguire - la consulenza filosofica, per le ragioni che vedremo fra poco.

Le strategie pratiche da adottare, anche e soprattutto in forma preventiva sono: praticare pause regolari e sonno adeguato, limitare l’esposizione a fattori emotivamente drenanti magari stabilendo confini chiari nelle relazioni e nel lavoro, fare attività rigeneranti come esercizio fisico, contatti sociali positivi, hobby. E’ buona abitudine conoscere e praticare tecniche di regolazione emotiva come la respirazione controllata, la meditazione di consapevolezza, la scrittura giornaliera (diario di gratitudine, per esempio).

La consulenza filosofica è certamente un ottimo supporto, dal momento che la ragione per cui andiamo a pescare nelle nostre risorse emotive fino a sfiancarle è generalmente legata a questioni esistenziali e riflessive: valori, convinzioni, senso della vita, scelte morali, conflitti di significato; la possibilità di chiarire le proprie convinzioni, recuperare i propri valori, rivedere pensieri critici, trovare quadri concettuali vivificanti, permette di riacquisire generalmente la giusta collaborazione tra sé stessi ed il resto del mondo.

Naturalmente, la presenza di segnali molto allarmanti (pensieri di autolesionismo, depressione marcata, ansia debilitante, gravi disturbi del sonno o dell’appetito) deve portare all’intervento dello psicoterapeuta e/o del medico per la corretta gestione dei sintomi e l’eventuale prescrizione di medicinali, che in nessun caso riguardano l’attività della consulenza filosofica.

Indicazioni bibliografiche.

“La sindrome del burnout. Il prezzo dell’aiuto agli altri” di Christina Maslach;
“Burnout e organizzazione. Modificare i fattori strutturali della demotivazione al lavoro” di Christina Maslach & Michael P. Leiter;
“Burnout. The High Cost of High Achievement” di Herbert J. Freudenberger;
“Quando ogni passione è spenta. La sindrome del burnout nelle professioni sanitarie” di Massimo Santinello;
“Smart working, benessere, burnout” di Alessandra Longhitano; “La self-compassion. Il potere dell'essere gentili con se stessi” di Kristin Neff.

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